La violenza di genere. Fisica, psicologica, fatta di lividi visibili e invisibili. Costruita a tavolino, consapevolmente e/o inconsapevolmente.
Qualche giorno fa mia figlia mi dice: mamma è più dolce di te perché tu sei un maschio. Abbiamo parlato, le ho detto che la differenza tra un maschio e una femmina è nel pisellino e nella patatina, che si chiamano pene e vagina ma noi li chiamiamo con i nomignoli perché sono “amici” (aggiunge la mia compagna). Un maschio e una femmina possono essere dolci e rudi, possono studiare oppure non volerlo fare, possono giocare, saltare, correre o stare fermi. Allo stesso modo.
La violenza fatta di un linguaggio semplice, di dimenticanze, di definizioni sottintese, cercate o non cercate.
Il Messaggero di qualche giorno fa titola: “donna chiede aiuto per Natale” e leggendo si scopre che una Persona (che scrive un post in anonimo) in un gruppo cittadino chiede aiuto per non essere sola o solo a Natale. (https://www.ilmessaggero.it/latina/natale_sola_casa_insulti_facebook_latina-7777894.html)
Eppure, tutti o quasi, danno per scontato che la persona sola sia donna e (qui mi permetto un volo di fantasia) perché un uomo non si sente mai solo, un uomo non può sentirsi solo, un uomo a Natale avrà amici, famiglie, colleghi, compagni, camerati, con i quali bere e mangiare una cosa dopo il lauto pranzo.
La violenza fatta politica, dei fondi tagliati agli asili nido perché tanto ci pensa la mamma. (https://www.lastampa.it/politica/2023/11/26/news/asili_nido_tagli_in_arrivo_centomila_posti_in_meno_ma_il_governo_prova_a_rattoppare-13890936/)
Il retroterra di un posto vuoto, di un organo vuoto che è solo da riempire e a riempirlo è l’uomo. Che lavora, che porta i soldi a casa e che ingravida. Il suo lavoro lo ha fatto, poi tocca alla donna. E così facciamo fuori anni e anni di pedagogia, fuori gli studi sull’importanza di una genitorialità veramente condivisa. Madre che cura, padre che detta legge. E basta.
La violenza dell’uno è uguale a uno. Purtroppo, no. Uomini e donne non sono uguali. Fisiologicamente hanno risorse e limiti differenti. La medicina di genere non è discriminatoria è realtà. Gli organi, esterni ed interni, vivono di differenze MA non di lontananza. Che è quella cosa che mette l’uomo sul piedistallo della fatica, della rabbia, del sacrificio eroico e superegoico; che può e deve essere urlato e ripagato con la sessualizzazione estrema di ogni atto, con la ridicolizzazione di ogni parola nuova che indica, tuttavia, una vecchia violenza.
Allora no al catcalling, no al pollice chiuso nella mano, no. Il narcisismo ad uso e consumo del maschio, che può farlo perché maschio. Che può esserlo perché maschio. Che Deve esserlo perché maschio. Avete mai sentito parlare di disturbo narcisistico di personalità per una donna e di disturbo borderline per un uomo? É difficile, raro. Anche la letteratura scientifica a questo riguardo è latitante, o almeno, latita nello specchio di quella informazione costruita anche da colleghe e colleghi, oltre che da politici, giornalisti, medici, persone sui social, che vedono come unità discriminatoria – e quindi di profitto – scrivere e sponsorizzare manuali sull’uomo perverso e la donna succube. Senza entrare nel merito dei perché.
La psicoanalisi femminista è trattata alla pari delle streghe nell’America di Salem. Eppure, esiste un mondo di scoperte, di innovazione, di rilettura dei sintomi, di contestualizzazione di quel piccolo mondo antico che oggi assume (anzi dovrebbe assumere) un nuovo significato. Purtroppo, molto poco spesso vediamo come è più facile fare diagnosi “conto terzi” che fermarsi a distinguere la psicologia clinica dai simposi speculativi.
Qualche giorno fa, Open online pubblica le parole di una collega specializzata in grafologia – sono sicuro bravissima nel suo mondo lavorativo – che dà un giudizio sulla firma di Filippo Turetta (tristemente noto). https://www.open.online/2023/11/24/filippo-turetta-grafologa-sara-cordella-giudizio-personalita/#:~:text=Il%20giudizio%20professionale%20sull’autografo,Tribunale%20di%20Venezia%20e%20docente.
Un collega scrive “Un’analisi grafologica fatta su una firma, quasi sicuramente non in originale, senza conoscere le condizioni in cui è stata posta, senza altri testi più estesi a riferimento è una pratica aberrante. Lo afferma qualsiasi codice etico di autoregolamentazione dei grafologi”. (grazie Christian Giordano).
Abbiamo, mi sembra di vedere, assunto un po’ tutti la politica del voyeurismo tout court, delle semplificazioni in ogni luogo e per ogni contesto. Questa è l’altra deriva di quel bisogno di apparire di cui tanto si parla e a me appare anche come il bisogno di sostenere e rendere manipolabile il dolore della morte visto solo in superficie e non elaborato, ma nemmeno sostenuto.
Non voglio dare giudizi ma fare semplici constatazioni.
Qualche giorno fa da Fazio a Che Tempo Che Fa, a parlare di violenza sulle donne e della manifestazione del 25 novembre di #nonunadimeno sono in quattro: tre uomini e una donna. (https://www.youtube.com/watch?v=R4GIQDQHKzk)
Tra questi non c’è uno psicologo né una psicologa.
Così non può andare, non possiamo relegare i ruoli di genere e le professionalità ad altri generi e ad altre professionalità.
Qualche giorno fa alla radio la pubblicità del centro di ascolto antiviolenza in cui a rispondere ci sono le esperte. Bene. Però, sarei più felice nel saperle psicologhe, cosa che nella pubblicità non si capisce. Comunque è un segnale, direbbe qualcuno. Un segnale che con le parole e le definizioni, purtroppo, siamo ancora indietro.
Viviamo di una professione che si sviluppa nei salotti borghesi e poi scende nei ghetti. Di una professione che fa fatica a parlare e farsi sentire.
Con le discriminazioni di pensiero facciamo i conti fin dentro “casa nostra”: gli psicoanalisti fecero fatica a mettersi contro il Reich. L’omosessualità è fuori dal DSM da non molto. I colleghi che sono al vertice della politica sono della Lega per Salvini.
Ecco, in sostanza qui esprimo un giudizio. Entro nel merito di come è possibile che facciamo così fatica a migrare insieme come uno stormo unito.
“Siamo il cuore spezzato di Tyler” solo quando ci piace, quando è facile. Questo è un dramma culturale e politico. Quel dramma che è l’eredità dalla quale facciamo fatica a separarci. Quel dramma dei femminicidi che continuano e che portano con sé non un’educazione sentimentale ed affettiva familiare, né tantomeno scolastica. Ma un giudizio sull’inadeguatezza di chi prende la nostra eredità sulle spalle, i figli.
È notizia di qualche giorno fa che il ministro #Valditara rimodula un piano un’ora a settimana di “educazione alle relazioni” nelle scuole superiori con incontri per tre mesi all’anno e un totale di dodici sessioni. La proposta prevede anche l’intervento di influencer, cantanti e attori per ridurre le distanze con i giovani e coinvolgerli a pieno in un percorso di educazione sentimentale che non può più aspettare. Secondo la bozza del progetto, gli studenti, guidati da un docente in qualità di moderatore, prenderanno parte a discussioni di gruppo, esponendosi in prima persona sul tema. D’altronde, la strategia del silenzio e dei tabù ha fallito, parlare e far parlare i giovani delle tematiche legate alla sessualità e all’affetto è un’urgenza del nostro sistema educativo. Per i giovani è difficile far sentire la propria voce e in questo modo si allarga il divario tra loro e chi dovrebbe educarli. (https://www.ilsole24ore.com/art/educazione-sentimentale-scuola-cosa-consiste-piano-valditara-AFjrkdiB)
Un piano di 30 ore extracurriculari per educare i ragazzi dai 13 ai 19 anni alle relazioni sane. Parlarne perché se ne parla poco. Giustissimo. Tuttavia, quello che c’è scritto tra le righe è aberrante.
Allora chiedo: perché non dall’asilo? Perché non definire 5 ore a settimana (sparo un numero a caso) in cui lo psicologo o la psicologa gioca con i bambini e insegna loro a distinguere le emozioni e getta le basi per il sostegno emotivo? Perché non coinvolgere le famiglie fin dall’inizio? Perché non costruire un programma di educazione alla sessualità responsabile, non pornografica, nelle relazioni?
Ma questo non si può dire, queste domande non si possono fare. Non c’è una voce autorevole che porti le evidenze di quanto, in un mondo in continua evoluzione, la politica rimanga sempre più indietro e legata a logiche di consulenza per vecchi.
È di qualche giorno fa la pubblicità del Dipartimento delle politiche antidroga contro la droga. (https://www.youtube.com/watch?v=kCg6FXNHVn0)
Ecco, l’esempio di come non ci sia un linguaggio educativo valido sta nella dietrologia del pensiero che la tossicodipendenza sia soltanto una strada unidirezionale. Se ti fai una canna morirai di overdose da grande. In barba a tutti gli studi effettuati negli anni che evidenziano come tutto questo sia una grande menzogna, basata sull’ignoranza e sulla volontà di non approfondire il disagio che interviene nella (tossico)dipendenza. Che è disagio intra ed extra familiare. Causato da solitudine, paura, rabbia, tristezza, incapacità e impossibilità, soprattutto, di vedersi gestori delle proprie emozioni. Siamo sempre contro qualcosa, senza mai capirne realmente lo sviluppo e l’attrattività, la seduttività e il bisogno.
Tutto questo è solo una parte di quello che ci può essere nel vasto universo della violenza, perché anche non affrontare la realtà del cambiamento è atteggiamento violento e discriminatorio. Atteggiamento Contro.
Purtroppo, la voce egli psicologi e degli psicoterapeuti che non usano la classica tastiera per farsi pubblicità ingannevole (spero inconsapevole), è molto flebile. Anche noi viviamo lo scotto della politica legata al raggiungimento dell’obiettivo di potere.
Siamo disuniti e questo ci penalizza. Ma non penalizza solo noi, penalizza anche e soprattutto il valore più alto della professione: la possibilità di rendere trasformativo un pensiero, un’emozione, un comportamento.
Oltre alla possibilità di essere di aiuto e realmente in grado di sostenere il mondo politico e di comunità senza il quale siamo solo individui soli, persi, terrorizzati e rimasti, purtroppo tutti, a qualche giorno fa.
ersità #uguaglianza #grafologia






